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Abbigliamento moto omologato: obbligo e 10 cose essenziali da sapere per la sicurezza dal 2019

Nel 2019, un cambio importante ha messo in moto l’industria dell’abbigliamento per motociclisti: è scattato l’obbligo europeo che impone standard di sicurezza rigorosi. Da allora, ogni giacca, pantalone o guanto deve avere una certificazione che dimostri la sua efficacia nel proteggere chi lo indossa. Non è solo una questione tecnica, anche se spesso viene trattata così; riguarda la vita di chi si mette in sella ogni giorno, esposto a rischi reali. Eppure, a distanza di anni, molti ancora confondono le regole, ignorano cosa significhi davvero “omologato” e perché fa la differenza. Qui si fa un po’ di chiarezza, senza giri di parole.

Capo certificato: cosa vuol dire davvero

Quando si parla di un capo certificato si intende un prodotto che ha superato una serie di test in laboratori specializzati. Qui si controlla, per esempio, la resistenza all’abrasione, la capacità di difendersi da tagli o urti. Il risultato è un etichetta ben visibile sul capo che garantisce al motociclista una protezione reale in caso di caduta o incidente. Senza questa etichetta, quel capo non è a norma e non può essere venduto come “sicuro”.

L’etichetta deve essere chiara e leggibile, così che chi compra o vende possa subito capire il livello di protezione offerto. Non si tratta solo di burocrazia, ma di un vero scudo per chi guida.

La legge che ha cambiato le regole dal 2019

Il regolamento europeo 2016/425 è diventato obbligatorio dal 21 aprile 2019 e ha imposto a tutti i produttori di abbigliamento tecnico da moto di certificare i propri prodotti. Prima di allora, la certificazione era poco diffusa e spesso facoltativa. Oggi, ogni giacca, pantalone o tuta deve avere il marchio di conformità per poter essere venduto in Europa.

Questa norma ha uniformato le regole, eliminando prodotti non testati o con protezioni insufficienti. Prima del 2019, molti capi certificati risultavano pesanti e rigidi, poco adatti all’uso quotidiano. Ora invece la normativa ha creato standard più moderni, aiutando produttori e utenti a orientarsi tra i vari livelli di sicurezza.

Quali capi devono essere certificati

L’obbligo riguarda tutti i capi da moto che prevedono spazi per le protezioni: giubbotti, pantaloni e tute. Guanti e stivali sono esclusi perché seguono norme diverse , ma anche loro devono superare test specifici.

Il focus è sull’abbigliamento che copre le zone più esposte in caso di caduta: gomiti, ginocchia, bacino. Usare capi certificati significa ridurre seriamente il rischio di lesioni.

Si può produrre e vendere abbigliamento non certificato?

Da quando la legge è entrata in vigore, vendere abbigliamento da moto senza certificazione non è più possibile. Chi non rispetta la norma rischia multe salate e blocco delle vendite. Le aziende serie si sono adeguate da tempo, offrendo solo prodotti con il giusto marchio.

Questo ha fatto sì che sul mercato siano spariti gradualmente i capi scadenti o non a norma, alzando il livello generale di qualità e sicurezza.

Acquistare abbigliamento non certificato: i rischi per chi guida

Il consumatore, almeno per ora, non ha obblighi diretti: può comprare anche capi non certificati, anche se ormai sono sempre più rari nei negozi. A volte si trovano in saldo a prezzi più bassi, ma bisogna sapere che non offrono la stessa protezione.

In sostanza, il legislatore punta il dito sui produttori e distributori, ma chi sceglie un capo certificato ha in più una sicurezza reale contro gli infortuni.

Obbligo di indossare abbigliamento certificato? Non ancora in Italia

Al momento chi guida moto o scooter in Italia non è obbligato a indossare abbigliamento certificato. La norma riguarda solo la produzione e vendita, non l’uso. Qualche proposta di legge ha preso spunto da paesi come la Francia, dove dal 2016 è obbligatorio l’uso di guanti omologati, ma per ora nulla è cambiato.

L’idea di rendere obbligatorio l’abbigliamento certificato resta un tema aperto e discusso.

La certificazione prima del 2019: una situazione complicata

Prima del 2019 c’era già una norma, la EN 13595, in vigore dal 2002, ma senza obbligo di rispettarla. Pochi produttori la seguivano, soprattutto in Italia. I test erano duri e i capi risultavano spesso pesanti e poco pratici.

Con la nuova normativa prEN 17092 si è fatto un salto in avanti, permettendo di realizzare capi più comodi senza rinunciare alla sicurezza.

Come capire se un capo è davvero sicuro: le classi di protezione

L’etichetta sul capo certificato indica una classe, da AAA a C, che spiega il livello di sicurezza:

AAA: massima protezione, per chi affronta situazioni estreme o professionali. Capi robusti e pesanti, ma molto sicuri.
AA: alta qualità per chi fa turismo o usa la moto intensamente. Protezione ottima, con materiali più confortevoli.
A: pensati per la città e spostamenti brevi, offrono protezione valida ma sono più leggeri.
B: simili agli A per resistenza, ma senza protezioni certificate CE, quindi meno sicuri.
C: solo “contenitori” per protezioni, senza difesa contro l’abrasione, adatti solo a basse velocità o cadute da fermo.

Questa scala aiuta a scegliere il capo giusto in base alle proprie esigenze.

Dietro ogni classe, test e numeri precisi

Le differenze tra le classi non sono solo sulla carta: ogni categoria deve superare prove specifiche di resistenza all’abrasione, allo strappo e agli urti. I capi AAA devono reggere a test molto severi, mentre i C verificano solo la presenza di protezioni, senza garantire la robustezza del tessuto.

Così, ogni motociclista può scegliere il livello di protezione più adatto al proprio stile di guida e al tipo di strada. Non sempre serve la massima difesa a scapito del comfort, soprattutto in città.

La legge punta a una maggiore trasparenza, mettendo in mano a chi compra informazioni chiare per scegliere in modo consapevole e sicuro.

Redazione

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