Nel pieno degli anni Trenta, Bessie Stringfield salì in sella alla sua motocicletta e sfidò un’intera nazione divisa dal razzismo. Donna nera in un’America segregata, attraversò strade interdette e città che spesso la guardavano con sospetto. Non era solo una viaggiatrice: era una pioniera, spinta da un coraggio che pochi riuscivano a immaginare. Ogni chilometro percorso racconta una storia di resistenza, di sfide e di libertà conquistata con fatica. Ancora oggi, la sua vita pulsa come un richiamo potente a chi crede che la strada possa cambiare il mondo.
Bessie Stringfield: origini misteriose e primo amore per la moto
Le origini di Bessie Stringfield sono avvolte nel mistero, tra versioni diverse e documenti contrastanti. Lei diceva di essere nata a Kingston, in Giamaica, nel 1911, e di essere stata adottata a Boston dopo la morte della madre e l’abbandono del padre. Ma ricerche più recenti, soprattutto grazie all’Harley-Davidson Museum, suggeriscono che potrebbe essere nata in North Carolina nel 1912. Questa confusione fa parte del suo mito: Bessie amava raccontare la sua storia a modo suo, mescolando verità e leggenda.
Quel che è sicuro è che la moto entrò presto nella sua vita. A soli sedici anni salì per la prima volta su una Indian Scout del 1928, senza aver mai guidato prima. Imparò da sola, in strada, con una determinazione fuori dal comune. La Indian fu solo la prima di una lunga serie di moto, ma il suo vero amore furono le Harley-Davidson: nel corso degli anni ne ebbe ben ventisette, definendole “le uniche motociclette degne di questo nome”. Per lei, quel marchio era molto più di una semplice moto: era simbolo di libertà e ribellione.
Otto viaggi in solitaria negli Stati Uniti: tra segregazione e strade da scoprire
Nel 1930 Bessie iniziò a viaggiare da sola attraverso l’America, scegliendo le mete con un metodo curioso: lanciava una monetina sulla mappa e partiva verso il punto in cui cadeva. Quei viaggi non furono fughe occasionali, ma vere e proprie imprese, spesso lunghe e faticose. Tra il 1930 e la fine degli anni Quaranta attraversò tutti e 48 gli stati contigui, un risultato impressionante anche per i viaggiatori di oggi.
Ma le difficoltà non erano solo la distanza o le strade dissestate. Le autostrade moderne non esistevano ancora e, soprattutto nel Sud, vigevano le leggi di Jim Crow che imponevano la segregazione razziale. Per una donna afroamericana trovare un posto dove riposare era quasi impossibile. Bessie si arrangiava come poteva, facendo lavoretti qua e là e partecipando a spettacoli motociclistici per guadagnare qualche soldo in più. Spesso passava la notte dormendo accanto alla moto nelle stazioni di servizio o trovava rifugio da altre persone di colore, con cui condivideva solidarietà e resistenza.
Sesso e razzismo: le sfide sulle strade americane
Essere una donna in moto negli anni Trenta era già di per sé una novità che suscitava diffidenza. Essere una donna nera? Ancora peggio. Bessie raccontava di aver nascosto la sua identità per poter gareggiare o esibirsi: in una competizione vinse indossando un casco che le copriva il volto, ma quando scoprirono che era una donna le negarono il premio. Oltre ai pregiudizi di genere, dovette affrontare anche minacce reali legate al razzismo. Durante un viaggio nel Sud, un uomo la sorprese in auto e la spinse fuori strada, facendola cadere dalla moto. Episodi come questi erano purtroppo all’ordine del giorno per chi rompeva le regole dell’epoca.
Questa doppia discriminazione la costrinse a stare sempre all’erta. La sua forza stava proprio nel saper unire coraggio e prudenza, facendo affidamento sulle proprie capacità e reagendo con fermezza alle minacce.
La corriera dell’esercito: il servizio di Bessie durante la Seconda guerra mondiale
Quando gli Stati Uniti entrarono nella Seconda guerra mondiale, Bessie mise la sua esperienza al servizio del Paese arruolandosi come corriere motociclista nell’esercito. Era l’unica donna in una squadra composta solo da uomini afroamericani. L’addestramento era duro: imparò a guidare su terreni difficili, a superare paludi e a costruire passaggi improvvisati con materiali di fortuna.
Nel 1942 frequentò un corso di guida in Florida, nel Defense Council of Dade County, insieme ad altri sette motociclisti neri. Il suo compito era consegnare documenti da una base all’altra, un lavoro che oggi sembra semplice ma allora significava affrontare strade impervie e condizioni atmosferiche avverse. La sua fedele Harley-Davidson blu fu il mezzo con cui servì l’esercito, dimostrando tutto il suo talento e la sua abilità.
Miami, l’Iron Horse Motorcycle Club e la sfida alla polizia locale
Alla fine degli anni Trenta Bessie si stabilì in Florida, nella zona di Miami. Negli anni Cinquanta comprò una casa a Opa-locka che divenne un punto di riferimento per i motociclisti della zona. Qui continuò a scontrarsi con una società e delle istituzioni poco pronte a una donna nera in sella a una moto.
La polizia locale la fermò più volte, sospettando chissà cosa. Ma Bessie non si fece intimidire: si presentò direttamente al capitano e gli dimostrò la sua abilità guidando in un parco. Da quel momento, il suo rapporto con le forze dell’ordine cambiò notevolmente. Negli anni successivi divenne una figura storica nel mondo motociclistico locale.
Oltre a lavorare come domestica, Bessie si qualificò come infermiera. Ma la moto non la lasciò mai. Nel 1960 fondò l’Iron Horse Motorcycle Club, uno dei primi club afroamericani, che nel 1965 fu riconosciuto ufficialmente dall’American Motorcyclist Association. Le riunioni spesso si tenevano nella sua casa, diventata un punto di incontro per gli appassionati di Harley-Davidson. La stampa locale iniziò a seguirla, definendola prima “Negro Motorcycle Queen” e poi, con un titolo ormai celebre, “Motorcycle Queen of Miami”.
Matrimoni, perdite e il peso del cognome Stringfield
La vita privata di Bessie fu complicata e segnata da difficoltà familiari. Raccontò di essersi sposata sei volte e di aver divorziato altrettante, ma il nome che la rese famosa fu quello del terzo marito, Arthur Stringfield. Fu lui a consigliarle di mantenere il cognome, perché ormai era legato alla sua fama nel mondo delle moto.
Bessie parlò anche della tragica perdita di tre figli durante il primo matrimonio e affermò di non aver avuto altri figli dopo. Questo lato della sua vita racconta di un dolore profondo, a cui rispose con una forza che si rifletteva nella sua guida e nelle sue scelte indipendenti.
Gli ultimi anni e il riconoscimento che arriva dopo la morte
Bessie non smise mai di guidare, nemmeno quando una malattia cardiaca avrebbe consigliato prudenza. Ignorò le raccomandazioni dei medici, convinta che smettere di andare in moto sarebbe stato come smettere di vivere.
Morì in Florida il 16 febbraio 1993. Solo anni dopo arrivò il giusto riconoscimento: nel 2000 l’American Motorcyclist Association istituì il Bessie Stringfield Award, per premiare donne che si distinguono nel mondo delle moto. Nel 2002 fu inserita nella AMA Motorcycle Hall of Fame, con onore postumo.
Ancora oggi la sua figura è studiata e approfondita. Nel 2025 l’Harley-Davidson Museum ha dedicato a Bessie una mostra con fotografie, documenti e oggetti personali, per separare la donna dalla leggenda e valorizzare il suo lascito storico e culturale.
