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Auto e moto connesse: come spiano i tuoi dati e perché devi preoccuparti anche tu

La tua auto ti sta spiando

Potrebbe sembrare l’incipit di un thriller, eppure è la realtà di ogni giorno. Dentro quelle vetture “intelligenti” che guidiamo, un flusso incessante di dati viene trasmesso senza che ce ne accorgiamo. Non sono solo le automobili: anche le moto connesse condividono informazioni con server remoti, società pubblicitarie e agenzie di tracciamento. Un meccanismo invisibile, complesso, che si nasconde dietro app e servizi digitali, mettendo a rischio la privacy di chiunque scelga di affidarsi a queste tecnologie.

Il test in gabbia che ha scoperto cosa dicono davvero le auto connesse

I ricercatori della Northeastern University di Boston, insieme a Consumer Reports, hanno deciso di fare chiarezza con un esperimento semplice ma efficace: hanno isolato le auto in una tenda schermata, una sorta di gabbia di Faraday, per captare tutte le comunicazioni Wi-Fi senza interferenze esterne. Dal settembre 2026 a oggi, hanno analizzato 21 modelli prodotti tra il 2022 e il 2025, firmati da 19 diversi marchi. Il risultato? 19 vetture su 21 hanno inviato dati a server esterni ai produttori. Di queste, 11 hanno scambiato informazioni con indirizzi legati a pubblicità, tracciamento o analisi degli utenti.

Le auto più “chiacchierone” sono state Tesla Model 3 e Cybertruck, seguite da Cadillac Lyriq, Lucid Air e Chevrolet Blazer. Al contrario, modelli come Mercedes EQS, Range Rover, Nissan Ariya e Fiat 500e sono risultati più discreti, senza tracce di contatti pubblicitari. L’uso di Android Automotive a bordo si è rivelato un fattore che aumenta la quantità di dati condivisi, perché la piattaforma decide quali informazioni passano a Google e ad altri. Così, i sistemi più avanzati finiscono per scambiare più dati, con meno controllo da parte del proprietario.

Dietro queste comunicazioni ci sono funzioni che sembrano normali ma nascondono dati delicati: la posizione precisa dell’auto, lo storico delle manutenzioni, la possibilità di aprire il bagagliaio a distanza. Se finiscono in mani sbagliate, questi dati possono servire a creare profili commerciali, pubblicitari o assicurativi.

Le app di guida: il vero tallone d’Achille della privacy

La situazione non migliora se guardiamo alle app ufficiali dei produttori. Su 30 app testate, 28 hanno inviato dati a società esterne specializzate in pubblicità o raccolta dati. Peggio ancora, sette di queste hanno trasmesso informazioni identificative legate direttamente al proprietario, come il numero di telaio, l’email e persino la posizione esatta.

App di marchi come HondaLink, MyNissan, Lincoln e quelle del gruppo General Motors hanno mostrato questa vulnerabilità. Con questi dati, un intermediario può costruire un profilo dettagliato del guidatore, dalle abitudini di acquisto ai movimenti quotidiani, e rivenderlo a compagnie assicurative o finanziarie.

Tra i destinatari spiccano giganti del web e della pubblicità come Amazon, Google, Meta, Microsoft, Adobe, oltre a società specializzate come Acxiom. Dopo un esposto, Honda ha costretto il fornitore Amplitude a cancellare i dati sulla posizione e ha aggiornato l’app per proteggere i consumatori. Gli altri marchi si difendono sostenendo che tutto avviene dietro il consenso dell’utente al momento della registrazione, ma spesso quel consenso è l’unica via per usare funzioni essenziali. Tesla, per esempio, avvisa chiaramente che rifiutare la condivisione può rendere la vettura inutilizzabile.

Anche chi guida una moto connessa deve guardarsi le spalle

Lo studio riguarda soprattutto auto americane, ma la questione si estende anche alle moto connesse, ormai diffuse nel 2026. Qui la differenza è che molte moto non hanno una SIM integrata: il collegamento passa dallo smartphone via Bluetooth, usando app come Ducati Link, BMW Motorrad Connected, Yamaha Y-Connect, Honda RoadSync, KTMconnect o MyTriumph.

Sono proprio queste app il punto debole. Raccogliendo dati come il percorso GPS, il numero di telaio, l’email e lo stile di guida , gli utenti si espongono a profilazioni commerciali. In Europa, con il GDPR e dal settembre 2025 il Data Act, i costruttori devono rispettare regole più rigide e garantire trasparenza. Ma resta fondamentale leggere bene cosa si accetta.

Gli esperti consigliano di controllare i termini di servizio, disattivare condivisioni inutili o troppo invasive e, se si ha qualche dubbio, optare per soluzioni più tradizionali. Annotare un percorso su carta può sembrare vecchio stile, ma almeno quei dati non finiscono in mani sconosciute. Chi guida deve trovare il giusto equilibrio tra tecnologia e privacy, in un mondo dove ogni informazione vale oro e spesso resta nascosta.

Redazione

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