A Breganze il nome Laverda ancora evoca emozioni forti, soprattutto per Oberdan Bezzi. L’uomo ha immaginato una moto nuova, che guarda dritto agli anni Settanta ma con un motore moderno: il bicilindrico parallelo di Aprilia. Si chiama LA-1 660, un progetto che resta però sulla carta, un disegno che omaggia il passato senza trasformarsi in realtà. Dietro questa idea c’è la storia di un marchio leggendario e la sfida di riportarlo in vita, tra sogni e ostacoli concreti che non si lasciano superare facilmente.
Bezzi ha fatto da portavoce a questo sogno vintage, rilanciando una moto che si ispira alle regolarità anni Settanta ma con un motore moderno. Il nome LA-1 non è casuale: richiama la storica sigla LH, che indicava la collaborazione tra Laverda e Husqvarna per assemblare in Italia telai e componenti con motori svedesi. Oggi quel motore lo fornisce Aprilia, parte dello stesso gruppo Piaggio a cui appartiene anche Laverda, e la sigla cambia per segnare questo passaggio.
Il motore è il 659 cm³ parallelo di Aprilia, già collaudato sulla Tuareg 660 e omologato. Parliamo di 80 cavalli a 9.250 giri e 70 Nm a 6.500 giri, numeri che promettono una guida piacevole e “ben fatta”, come la immagina Bezzi, che vuole offrire un’alternativa più curata alle scrambler e alle dual-sport in circolazione. La ciclistica resta italiana, con componenti aggiornate alle tecnologie moderne, ma fedeli alle origini.
La differenza più grande rispetto agli anni Settanta è nel rapporto tra i marchi: allora Laverda e Husqvarna erano due aziende indipendenti, oggi Aprilia e Laverda sono sotto lo stesso tetto, quello di Piaggio. Questo rende più facile la gestione tecnica, ma riduce l’indipendenza del brand. Un dettaglio che segna bene il confine tra passato e presente.
Laverda nasce nel 1949 a Breganze, in provincia di Vicenza, come spin-off di un’azienda di macchine agricole che risale al 1873. Francesco Laverda, laureato in fisica, insieme a Luciano Zen costruisce il primo prototipo, dando il via a una storia profondamente legata all’industria italiana. I primi anni sono dedicati a motori piccoli, ciclomotori e scooter, finché Massimo Laverda non prende in mano le redini e sposta la produzione verso cilindrate più grandi: 650, 750 SF, la famosa SFC da endurance e modelli a tre cilindri da 1000 e 1200 cc.
Negli anni Settanta Laverda diventa uno dei marchi più prestigiosi in Europa, spesso paragonata alla Lamborghini delle due ruote per la cura artigianale e i prezzi alti. È sinonimo di qualità e sportività, amata da appassionati e piloti.
Ma gli anni Ottanta portano guai. La crisi finanziaria colpisce duramente e nel 1987 la società viene liquidata. Nel 1993 c’è un tentativo di rilancio a Zanè con bicilindriche da 650 e 668 cc, poi 750, ma la concorrenza è spietata. Nel 2000 Aprilia acquisisce il marchio e prova a rilanciare la SFC 1000 sulla base della RSV 1000, senza successo. Dal 2001 il nome sopravvive soprattutto su uno scooter, il Phoenix 125/200, derivato dal SYM Joyride, che ottiene un modesto riscontro.
Nel 2004 Aprilia entra nel gruppo Piaggio. La produzione di moto Laverda si ferma nel 2006, poco dopo la morte di Massimo Laverda. Da allora il marchio è rimasto fermo, un archivio prezioso che Piaggio non ha mai escluso di vendere.
Dal punto di vista tecnico, la LA-1 660 ha basi solide. Il motore esiste già, è omologato e collaudato, come dimostra la Tuareg 660, pronta per l’offroad. Cambiare la ciclistica e le sovrastrutture non è un ostacolo insormontabile. Il richiamo nostalgico alle regolarità degli anni Settanta potrebbe anche colpire un pubblico appassionato di moto dal gusto vintage e scrambler.
Ma qui finiscono le buone notizie. Rilanciare un marchio storico non è solo una questione di moto belle o tecnicamente valide. Serve una rete vendita solida, un’assistenza efficiente, ricambi garantiti e investimenti importanti in comunicazione. Tutto questo costa e può essere ammortizzato solo con volumi di vendita significativi. Il mercato per una moto di nicchia come la LA-1 è ristretto e rischia di sovrapporsi ai prodotti già presenti nel gruppo Piaggio, con il pericolo di farsi concorrenza da soli.
In più, in un settore dove conta molto la rapidità produttiva e il marketing digitale, un marchio fermo da anni fatica a ritrovare una sua identità commerciale.
Insomma, a meno di colpi di scena, la LA-1 660 di Bezzi resterà un progetto su carta, un omaggio affascinante ma destinato a rimanere un sogno. Una moto sospesa tra memoria e desiderio, simbolo di una passione che resiste anche davanti agli ostacoli del presente.
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