Questa mattina, a Pavana, un piccolo borgo sull’Appennino tosco-emiliano, si è spento Francesco Guccini. Aveva 86 anni ed era circondato dall’affetto dei suoi cari. La notizia si è subito diffusa, scuotendo il mondo della musica e della cultura italiana. In oltre sessant’anni di carriera, pochi come lui sono riusciti a lasciare un’impronta così profonda e originale. Nato a Modena in un’Italia ancora segnata dalla guerra, Guccini ha attraversato la vita intrecciando musica e parole, fino a ritrovare le sue radici proprio in quelle montagne dove ha scelto di vivere. La sua voce, unica e sincera, ha raccontato storie di un Paese che non smetteva di cambiare.
Nato a Modena il 14 giugno 1940, Guccini è cresciuto in un’Italia ancora segnata dal conflitto. Quattro giorni dopo la sua nascita, infatti, il Paese entrava nella Seconda guerra mondiale. L’allontanamento del padre, chiamato alle armi, lo portò fin da piccolo sull’Appennino pistoiese, luogo che non avrebbe mai più abbandonato. Tornò a Modena, prese il diploma e iniziò a muovere i primi passi nel giornalismo alla Gazzetta di Modena, ma fu la musica a catturarlo definitivamente. Negli anni Sessanta si trasferì a Bologna, città che avrebbe segnato la sua crescita artistica. Suonò in gruppi come gli Hurricanes, gli Snakers e soprattutto I Gatti, band che animava le balere con musica da ballo. Un inizio ben lontano dalla poesia che avrebbe poi fatto la sua fortuna.
Il debutto da solista arrivò nel marzo del 1967 con l’album Folk beat n. 1, accolto però con scarso successo. Già allora però Guccini mostrava il talento nel comporre pezzi intensi per altri, come “La canzone del bambino nel vento ”, “Dio è morto” e “Noi non ci saremo”, portate al successo da nomi come l’Equipe 84 e i Nomadi. Il vero successo arrivò con Radici nel 1972, disco simbolo del suo legame profondo con la terra e la memoria.
Parallelamente alla musica, Guccini insegnò per anni lingua e letteratura italiana agli studenti americani del Dickinson College di Bologna, nonostante non avesse mai completato l’università. Aveva abbandonato la tesi dopo aver scoperto di dover pagare tasse arretrate, preferendo lasciare il percorso accademico, anche se poi gli furono conferite due lauree honoris causa. Oltre alla musica e all’insegnamento, si dedicò anche alla recitazione, partecipando a diversi film. Tra i ruoli più amati quello di Adolfo il barista in Radiofreccia di Ligabue, rimasto nel cuore dei fan.
Per capire l’importanza di Guccini bisogna guardare al contesto in cui si affermò. A metà anni Sessanta, la canzone italiana era già stata rivoluzionata da grandi come Bindi, Paoli, Lauzi, Tenco e De André. Dopo la tragica morte di Tenco nel gennaio 1967, Guccini esordì da solista con Folk beat n. 1, aprendo la strada a una nuova generazione. In quegli anni spuntavano anche De Gregori, Venditti, Dalla e Gaber. In questo gruppo di artisti impegnati, Guccini fu una voce centrale, capace di unire chi, con coraggio e originalità, affrontava temi politici e sociali.
Negli anni Settanta il suo nome diventò sinonimo di impegno politico. I movimenti studenteschi di Bologna lo adottarono come punto di riferimento. Le sue canzoni, piene di riferimenti storici e sociali, diventarono veri inni di protesta. “La locomotiva”, racconto romanzato dell’anarchico Pietro Rigosi, è diventata un simbolo della lotta. Eppure Guccini mantenne sempre le distanze dal ruolo di militante a tempo pieno, difendendo la propria libertà artistica.
Nel 1976 arrivò Via Paolo Fabbri 43, intitolato all’indirizzo della sua casa bolognese. L’album contiene “L’avvelenata”, un pezzo di cinque minuti in cui Guccini risponde senza mezzi termini a critiche e ipocrisie, compresa quella del critico Riccardo Bertoncelli. Il disco è un viaggio personale e artistico, una riflessione sulle proprie radici e sul ruolo del cantautore in un clima politico teso. Due anni dopo, con Eskimo, fece i conti con il ’68 e il disincanto che ne seguì, usando il giaccone eskimo come simbolo della controcultura.
Negli anni successivi si dedicò anche alla riscoperta dei grandi classici riletti in chiave moderna: la sua interpretazione di Don Chisciotte, con Flaco Biondini nei panni di Sancho Panza, resta un monumento alla ricerca ideale. L’osteria fu sempre per lui un luogo di vita e confronto. Nel 1970 a Bologna fondò l’Osteria delle Dame insieme a padre Michele Casali, dove spesso si ritrovava. Qui raccontava di aver giocato a scopa con Fabrizio De André, scommettendo mille lire sulla vittoria.
Nel 2012 annunciò il ritiro dai concerti dal vivo, decisione che mantenne con fermezza. Non smise però di registrare in studio: tra il 2022 e il 2024 sono usciti nuovi lavori, tra cui Canzoni da intorto, Canzoni da osteria e una nuova versione di Bella ciao cantata con Tosca, in italiano e in farsi.
Oltre alla musica, Guccini ha coltivato una solida carriera di scrittore. Il suo ultimo romanzo giallo, scritto insieme a Loriano Macchiavelli, si intitola Vola Golondrina ed è uscito nel 2023 per Giunti. La storia si apre con una scena legata al mondo delle motociclette: la notte prima delle elezioni del 18 aprile 1948, un uomo viene trovato morto accanto a una vecchia Moto Guzzi GT 17 con sidecar.
Questa moto non è un dettaglio casuale. La Guzzi GT 17, prodotta tra il 1932 e il 1939, fu la prima moto militare della Casa di Mandello e venne usata dal Regio Esercito anche durante la guerra civile spagnola, uno dei nodi storici della trama. L’attenzione ai dettagli e la cura nella scelta degli elementi sono un tratto distintivo di Guccini scrittore.
Non si considerava un esperto di motori né un appassionato della guida, come confessava nell’album Quattro stracci, dove elenca le critiche della compagna, tra cui proprio la scarsa dimestichezza con i motori. Eppure per il romanzo ha scelto con cura la moto adatta e si è immerso con serietà in questa nuova narrazione.
Anche in letteratura dimostrava che ogni parola e ogni scelta nascevano da una ricerca attenta e da un legame profondo con la storia e la cultura italiana. La sua eredità va ben oltre la musica: intreccia memoria, letteratura e poesia, con uno sguardo sempre rivolto alle radici ma attento al futuro.
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