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Kawasaki 250CS: la moto mai vista in Italia che ha rivoluzionato il 1985 con 34 CV e telaio da 125

Nel 1985 Kawasaki presentò una moto che all’apparenza sembrava pacata, ma celava una potenza inaspettata: la 250CS. Il nome “Casual Sport” lasciava immaginare una compagna da passeggiata, invece sotto quel serbatoio batteva un monocilindrico capace di 34 cavalli a 10.000 giri, un vero primato per una 250 di quegli anni. Tra scelte tecniche audaci e un mercato selettivo, questa moto ha saputo sorprendere, anche se in Italia non l’abbiamo mai vista ufficialmente in strada.

“Casual Sport” o sportiva vera? Il nome che inganna

Quando Kawasaki scelse “Casual Sport” per la 250CS, in realtà il termine non rendeva giustizia alla sua natura. Oggi “casual” evoca qualcosa di rilassato, ma qui ci troviamo di fronte alla monocilindrica più cattiva prodotta in Giappone a metà anni ’80. In quegli anni, il segmento 250 stava cambiando: Honda aveva già in gamma la CBX250RS, con motore monocilindrico ad aria, doppio albero a camme e quattro valvole; Yamaha rispose con la SRX250, sulla stessa linea. Kawasaki, invece, aveva puntato finora su bicilindriche come la Z250FT e la GPZ250R, quest’ultima una twin raffreddata a liquido, pensata per una guida sportiva in città.

La 250CS arrivò quasi di sorpresa, con un aspetto più sobrio, ma basta girare la chiave per scoprire la sua vera natura. Il motore, derivato dalla KL250R enduro, portava in dote un monocilindrico bialbero, quattro valvole e raffreddamento a liquido. Gli ingegneri modificarono alcuni parametri per spremere più potenza: il carburatore passò da 34 a 36 mm, la potenza salì da 28 a 34 cavalli a 10.000 giri, con una coppia di 24,5 Nm a 9.000 giri. La zona rossa scattava a 11.000 giri, un regime alto per un monocilindrico di quegli anni. Numeri che la ponevano al vertice della categoria senza troppi giri di parole.

Telaio leggero e ciclistica agile: le scelte di Kawasaki

Il telaio era una doppia culla in acciaio ad alta resistenza, con tubi da 25,1 mm di diametro. La ruota anteriore da 16 pollici favoriva la maneggevolezza e la rapidità nei cambi di direzione. L’interasse di soli 134 cm, identico a quello delle 125 dell’epoca, rendeva la moto particolarmente agile.

Il peso si fermava a 118 kg a secco, 136 in ordine di marcia, circa 20 kg in meno rispetto alla bicilindrica GPZ250R. Un divario che cambiava radicalmente il modo di guidare la moto, accentuandone la reattività e la prontezza.

Un dettaglio curioso riguardava la sospensione posteriore: lo spazio limitato per la grande scatola del filtro aria, necessaria al monocilindrico, impose l’uso di due ammortizzatori tradizionali al posto del monoammortizzatore con leveraggio, soluzione più moderna ma non praticabile in questo caso.

Per l’export la moto si chiamò BR250, accompagnata dallo slogan “Spice Up Your Life” , un messaggio che calzava molto meglio con il carattere deciso della moto rispetto all’anonimo “Casual Sport” usato in Giappone.

Mai arrivata in Italia in un’epoca dominata dalle sportive più grandi

In Italia la 250CS non è mai arrivata ufficialmente. Anche la BR250, pensata per l’estero, ebbe una vita breve fuori dal Giappone. A metà anni Ottanta in Europa esplodeva la moda delle sportive di media e grossa cilindrata, sopra i 600 cc. Una monocilindrica 250 quattro tempi rischiava di passare inosservata, schiacciata dalla concorrenza più potente e appariscente.

Stesso destino toccò a Honda CBX250RS e Yamaha SRX250, esportate in Europa senza grandi risultati e presto tolte dal mercato. Le monocilindriche di media cilindrata faticavano a reggere il confronto con i bicilindrici e quadricilindrici in ascesa.

Oggi, a quasi quarant’anni di distanza, queste moto stanno vivendo una nuova primavera: marchi come KTM e Honda rilanciano il monocilindrico di media cilindrata con successo. La Kawasaki 250CS resta un modello arrivato troppo presto, con un carattere e delle doti che il mercato dell’epoca non seppe apprezzare. Di pepe, di certo, ne aveva da vendere.

Redazione

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