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Gallery Comic Garage: Marco Marzocca

Il tenero filippino che sul palco di Zelig annunciava a Claudio Bisio di avergli demolito l’appartamento, si alterna a voce e indole dell’attore romano. Il primo ne approfitta per svelare nuovi disastri, il secondo per raccontare aneddoti e considerazioni legati alla sua vita di automobilista.

Quante macchine ci sono a listino? Ci avete mai fatto caso? Davvero centinaia: per ogni gusto, dimensione, tasca e potenza. E pensare che quando ero piccolo io – sono immatricolato settembre 1962, non è che arrivi dal Giurassico… – le macchine erano poche, piccole e sempre quelle. Ma la questione non influiva molto nelle esistenze degli italiani: intere famiglie di quattro persone caricavano fin sopra il tetto automobili piccolissime (e con cilindrate oggi ridicole) e partivano per le ferie tutti insieme: cane, nonna, secchielli e passeggini compresi. Tutti pigiati, sudati e felici allo stesso modo. Oggi, guardatevi intorno con attenzione, per piacere: con quella misura catastale di auto non ci si sente nemmeno tranquilli per andare al supermercato e siamo sinceri, al terzo pacco da caricare inizia a farsi strada nella mente l’idea che forse è meglio pensare a qualcosa di grande e spazioso. Perché di fare questa vita non se ne può più. Un ragionamento che per la verità sento anche mio, perché con due bimbi in tenera età (Matteo di quattro anni e mezzo e Michele, che di anni ne ha quasi due), la roba da portarsi appresso è sempre tanta e cresce. A mia scusante aggiungo però che le monovolume e le station wagon mi sono sempre piaciute, fin da quando ero single, al massimo fidanzato, e lo spazio non era una delle priorità. Ecco, non vorrei avere sulla coscienza il destino di qualche designer automobilistico, ma io più che la linea e l’estetica, nelle auto cerco la praticità. E se in aggiunta trovo anche prestazioni non è che mi dia fastidio, anzi, ma difficilmente resto a bocca aperta leggendo la velocità di punta oppure mi lascio tentare dai numerini, come il classico da 0 a 100 nel tempo di uno sbadiglio. Che poi, per piacere, possiamo affrontare il discorso? Qualcuno può indicarmi dove è ancora possibile coprire la distanza da 0 a 100 alla massima velocità, senza rischiare di mollare qualche punto della patente e salutare centinaia di euro? Me lo chiedo, ma ancor di più mi chiedo come mai le case automobilistiche continuino imperterrite a sfornare auto che toccano i 250 km/h, solo perché autolimitate. Ma è l’ultimo dubbio della serie, a darmi un tormento da emicrania a grappolo: mi domando, senza riuscire a darmi una risposta, per quale insano motivo la gente continui a comprarle lo stesso. Perché se a quelle velocità non si può più andare, è ormai appurato, allora l’unica motivazione che mi viene in mente è per riuscire a pagare più tasse, bolli, assicurazioni e benzina. A questo punto lo definirei quasi una sorta di volontariato automobilistico: aiutare il fisco e le difficoltà dei marchi spendendo sempre di più. Dall’anno prossimo, perché no, si potrebbe proporre di devolvere il 5 per mille ad una casa automobilistica a piacere.
«Signò… due giorni dopo giovidì mi ha detto di lavare la sua machina ed il cane perché doveva andare a uno sposalizio. Io ho pensato di fare tutto insieme, legando il cane sul tetto della utomobile e portare tutti e due al lavaggio. Ma signò… è successo un pasticcio: il cane s’è svampato…». Rispetto alle auto di quando ero piccolo io – va detto – trovo invece esaltante lo sviluppo tecnologico. Impazzisco all’idea di essere tutelato da sensori velocissimi (quelli non rischiano multe), schermi TV e DVD per ridurre al silenzio i bambini durante i viaggi senza bisogno di bavagli e/o anestetici, navigatori che sanno dove vivi e ti portano da A a B senza incacchiarsi se sbagli strada. In più, se vuoi, ti indicano ristoranti, alberghi, benzinai e parcheggi. Tutta roba impensabile fino a poco tempo fa, che relega le auto dei miei ricordi alla misera condizione di caffettiere su ruote. A questo proposito mi viene in mente la mia prima auto: una Dyane 6. Uno spettacolo di macchina, comprata nel 1980 per 700 mila lire, ma con qualche piccolo difetto congenito. Ad esempio le folate d’aria in entrata dalle bocchette dell’aerazione (anche chiuse) a cui cercavo di rimediare almeno in inverno, infilando nei condotti vecchi maglioni, sciarpe e guanti. Ma quella a cui sono più legato è stata una Fiat 850 Spider: a guidarla mi sono divertito come un matto. In fondo, anche uno dei momenti più salienti della mia esistenza ha come protagonista un’automobile. Qualche anno fa, insieme a Corrado Guzzanti, abbiamo accettato una serie di ingaggi per la notte di capodanno, girovagando senza sosta tra i veglioni di mezza Italia. Il mattino successivo eravamo sfiniti, ma mi ritrovavo in tasca parecchi soldi, per di più guadagnati facendo quel che realmente volevo fare nella vita. Talmente tanta era l’eccitazione e la gioia, che ho telefonato alla mia fidanzata e siamo partiti con destinazione Montecarlo, uno dei posti che lei desiderava vedere di più. Tutto questo senza pensare lontanamente a dormire una mezzoretta. «Signò… è successo un problema alla sua machina. Ho fatto una frenata bruscolina e finito addosso a uno che si è rabiato forte, signò… È sceso e mi ha detto: ora ti denuncio, oppure mi aspetti qui, prendo la tua machina, vado a farla vedere dalla sicuratore e torno. Signò… non l’ho più visto, è svampato anche lui signò… ». Oggi sono un automobilista da 50 mila km all’anno. Ma voglio, anzi vorrei, approfittare di questo spazio per bacchettare i miei connazionali al volante. Ho la fortuna di aver gironzolato un bel po’ intorno al mondo, a volte per turismo altre per lavoro, e quasi ovunque mi è capitato di guidare. Ma in nessun’altra parte di questo pianeta, ho trovato tale e tanta maleducazione come sulle strade italiane. Solo da noi è la normalità vedere i soliti furbi approfittare della corsia di emergenza per scavalcare una coda, solo da queste parti chi guida non pensa sia giusto fermarsi di fronte alle strisce pedonali per far passare i pedoni. Dovrei smettere di stupirmi, d’altra parte questo è il Paese delle carriere senza talento e dei talenti senza carriere. Ma sapete com’è: si spera sempre che prima o poi possa cambiare. E che arrivi giovidì, signò.

da La mia Auto n°07 del 2006

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