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Gallery Comic Garage: Dario Ballantini

Valentino, Morandi, Paoli, Montezemolo, Vasco… È praticamente infinita, la galleria di personaggi che l’attore livornese ha ideato per “Striscia la notizia”, il celebre TG satirico di Canale 5. Ma stavolta, smessi i panni delle sue vittime, Ballantini ci parla di sé, della sua non passione verso l’automobile e anche di come, a lungo andare, l’auto sia comunque entrata nella sua esistenza.

Ciao Cari!
Sicuri che volete parlare con me di automobili? No, lo dico perché, ecco, io non sono proprio quello che si può definire un esperto. Ho avuto macchine, certo, ho la patente e guido perfino, ma non amo molto il genere, grazie. Anzi, credo sia da sempre una delle piccole sofferenze che mi porto dentro, perché da bambino sentivo i miei amici parlare di motori e modelli, sbavando quando vedevano passare una Porsche o una Ferrari. Ed io restavo lì, a guardarli, chiedendomi com’era possibile. Ma chiedendomi soprattutto perché a me – dentro – non succedeva proprio niente. Calma piatta. Ho ancora chiara in mente la cameretta di mio cugino, con le foto delle auto da corsa appese alle pareti. Lui me le indicava una per una, quasi per darmi lezioni private, raccontandomi storie di vittorie e prestazioni, ma a me non dicevano proprio niente. Nulla da fare. A Livorno ero anche diventato una leggenda vivente, ma al contrario, e quando passavo tutti a dire: “Guarda’r Ballantini, quello che non sa la differenza fra un motore ed una carrozzeria!”. Soffrivo come una bestia, perché nella vita chi non si uniforma paga lo scotto ed io, che a De Tomaso preferivo De Chirico, pagavo sulla pelle la mia piccola diversità.
Poi, con gli anni, ho iniziato a guardare le automobili con occhi diversi. E più che altro, a questo punto esatto della mia esistenza, delle auto ho capito che mi piace l’aspetto estetico, la linea… il design, come forse è giusto definirlo parlandone a voi. E a colpire la mia assoluta distrazione sono soprattutto quelle dall’aspetto un po’ retrò, quelle che vanno a ricalcare forme e stili di qualche anno fa. Come parziale scusante c’è anche da dire che io sono nato e cresciuto a Livorno, una città di mare dove la gente per spostarsi continua a preferire il motorino. Ma anche lì le cose sono cambiate, ed oggi in garage hanno tutti macchinoni da non so quanti cavalli e soprattutto non so quanti leasing. Per pura combinazione non mi aiuta nemmeno il lavoro, perché i personaggi che interpreto sono tutti accompagnati da autista. Però, colpo di scena: ho anche io dei ricordi automobilistici, cosa credete? Ad esempio posso raccontarvi uno dei più simpatici episodi della mia giovinezza: il capodanno del 1984. Avevo vent’anni netti e insieme ad amico, abbiamo deciso di fare la follia, quella che a vent’anni devi fare per forza: accettare un ingaggio a Milano per quella notte come duo comico. Nella città da bere e poi digerire, la metropoli che non dorme mai, dove non faticavamo ad immaginare centinaia di donne lascive ad aspettarci al nostro ingresso in città, e centinaia di feste da ricchi e panciuti commendatori, all’interno di attici sontuosi, dove perdersi fra montagne di salatini, cumuli di risotto allo zafferano e piscine di champagne. Solo un dettaglio, che forse è sfuggito a qualcuno: abitavamo a Livorno. E le auto a disposizione, allora, non erano esattamente belle e sicure come quelle di adesso. I nostri sforzi ci permettevano a malapena una Renault 4 nemmeno tanto in forma, probabilmente con la stessa voglia di andare a dormire che serpeggiava nelle feste livornesi. C’era freddo, ghiaccio per terra ed un tempo che perfino i lupi quella notte si erano dati per malati, ma noi duri fino a Milano, passando per la Cisa. Purtroppo non avevamo soldi per fermarci in un albergo, così dopo aver vagato con le nostre parrucche fra Milano, Rho e Pero (senza riuscire a vedere donne, salatini, risotto e champagne), siamo tornati indietro, fino a Livorno. Di nuovo la Cisa, di nuovo freddo e di nuovo i lupi che si toccavano le parti intime, vedendoci passare.
Qualche anno dopo, quando ancora mi dibattevo per fare questo mestiere, mentre i miei amici continuavano a parlare di Porsche e Ferrari, mi arriva una telefonata da un’emittente privata milanese in cui mi propongono di partecipare ad un nuovo programma come imitatore fisso. Ma devo correre lì, mi dicono, oppure non se ne fa nulla. Chiedo in prestito a mia mamma la Panda e via: su per la solita Cisa, poi giù fino a Milano. Parole, parole, parole, contrattino, firma e di nuovo verso Livorno.
Oggi è tutto diverso. Non solo per me, ma anche per le strade. Vivo a Milano, ma torno spesso a Livorno, usando da anni gli stessi identici percorsi. Ecco, volete un dato interessante? Ho calcolato che rispetto a 15 anni fa, ci vuole quasi il doppio del tempo per fare lo stesso tragitto. Colpa di strade che non riescono più a reggere il volume di traffico, a cui si aggiunge la presenza di un numero impressionante di camion e camioncini, lavori e lavoretti.
Però, pensandoci, è proprio buffo come la vita abbia voluto vendicarsi: non amo le macchine e faccio un lavoro che mi porta sempre in giro. Ho calcolato di essere arrivato a macinare 150 mila km in un anno, e nella mia mente hanno iniziato a farsi strada domande strane, che proprio non aspettavo da me stesso. Ad esempio pensare ad un monovolume ed iniziare a guardare quelli che incrocio, addirittura valutandoli, oppure immaginare di acquistare un Suv, convincendomi che forse è meglio aspettare le novità del mercato che verranno fuori dal salone… Oddio, che mi sta succedendo? Finirò a parlare di Porsche e Ferrari come i miei amici? Diventerò nuovamente la leggenda di Livorno, sentendomi urlare “Guarda’r Ballantini… quello che non sapeva distinguere un Modigliani da un Montezemolo”?

da La mia Auto n°06 del 2006

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